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BIOGRAFIA

Filippo Burzio nacque a Torino il 16 febbraio 1891 da Antonio, ingegnere municipale, e da Enrichetta Prette. 

GLI ANNI GIOVANILI

Il mondo della sua adolescenza fu circoscritto al vecchio Piemonte, con le sue propaggini transalpine della Savoia e di Ginevra, ricco di tradizioni tenaci e di storia; il Piemonte diede un’impronta definitiva alla sua formazione mentale.


F.B. compì gli studi medi superiori all'Istituto Tecnico Industriale G. Sommeiller dove ottenne la Licenza fisico-matematica. Buon conoscitore delle lingue francese e tedesca, si distinse egregiamente negli studi. Nel contempo condusse studi personali nel campo della letteratura europea e dei classici del pensiero politico, con grande interesse per il pensiero di Rousseau e di Goethe.


Influenzato dall’ambiente politico torinese, dominato dal giolittismo ortodosso della Stampa di Alfredo Frassati, nel 1915 fu chiamato alle armi e divenne ufficiale d'artiglieria. Negli anni della guerra, trascorsi conducendo ricerche sperimentali di balistica presso l'ufficio tecnico dell'Arsenale di Torino, a cui era stato destinato, si astenne quasi del tutto dall'impegnarsi nella pubblicistica militante.

LA FORMAZIONE TECNICA

Allievo del Regio Politecnico, F.B. si iscrisse, nel biennio, ai corsi di Ingegneria Civile e, in seguito, con l’esame di ammissione al terzo anno passò al corso di Ingegneria Industriale Meccanica, conseguendo la laurea il 21 dicembre del 1914 con votazione di 100/100 e lode, risultando il quarto su 109 laureati. Come allievo del corso di Applicazione, della sezione industriale meccanica, fu assiduo frequentatore delle conferenze di Aerodinamica tenute da Modesto Panetti, professore di Meccanica Applicata.


Il giorno seguente la discussione della laurea (22 dicembre 1914) il professore Panetti scrive al direttore del R. Politecnico di Torino:


«Mi pregio di proporre all’E. V. quale assistente esclusivo per la cattedra di Meccanica applicata alle macchine, l’Ing. Filippo Burzio, testè laureato nella specializzazione Industriale Meccanica con pieni voti e lode. L’Ing. Burzio occuperebbe il posto lasciato vacante dall’Ing. Aldo Gagliardi, che è tutt’ora disponibile. La sua presenza è particolarmente urgente pel fatto che quest’anno l’insegnamento viene impartito contemporaneamente ai due corsi 3° e 4° e quindi a 600 allievi simultaneamente. Se però V. E. riputerà più opportuno assegnare al Burzio anche l’assistenza all’insegnamento di Aeronautica, mi risulta che esso lo assumerebbe volonterosamente. Coi sensi della più profonda osservanza di V. E. dev.mo Modesto Panetti» (V. Marchis in Scritti scientifici. Tecnica, etica, politica, 1997).

AL POLITECNICO DI TORINO

Appena laureato, F.B. intraprese l’attività didattica e scientifica presso il Laboratorio di Aeronautica, istituito da Modesto Panetti nel 1911. Con grande impegno e interesse svolse le sue ricerche nel campo della Meccanica e più specificamente nella Balistica Esterna, in cui conseguì la libera docenza nel 1925 e di cui fu incaricato dall’anno accademico 1932-33.


Nel gennaio 1915 fu nominato assistente ordinario alle cattedre di Meccanica Applicata e di Costruzioni Aeronautiche, ruolo che ricoprì, anche durante il servizio militare, fino al 31 marzo 1925, avendo conseguito la nomina ad aiuto per le stesse cattedre dal 1° aprile successivo. Per ragioni politiche (si rifiutò di iscriversi al Partito Fascista), concluse questo periodo di insegnamento al Politecnico con la nomina a professore di ruolo di Meccanica Razionale presso la Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino.


I rapporti con il Politecnico rimasero sempre intensi fino al 1943. Dal 1919 al 1933 fu docente incaricato al Politecnico di Meccanica Applicata, di Meccanica Generale ed Applicata nella Scuola di perfezionamento in Industrie Meccaniche ed elettriche, di Aerologia e Strumenti nel corso di perfezionamento per costruttori aeronautici, in Balistica esterna per il corso di perfezionamento in Balistica e Costruzioni di Armi ed Artiglieria. Dal 1937 al 1943 ricoprì nuovi incarichi d’insegnamento in ambito meccanico, aeronautico e balistico.



Sala prova motori di Aeronautica presso il Laboratorio per gli studi sperimentali di Aeronautica al Castello del Valentino
Piattaforma dinamometrica a reazione (1926)

Sala prova motori di Aeronautica presso il Laboratorio per gli studi sperimentali di Aeronautica al Castello del Valentino
Gruppo dinamometrico con freno Froude e installazione per le prove delle eliche e dei molinelli (1926)

ALL'ACCADEMIA MILITARE

Appena laureato, F.B. intraprese l’attività didattica e scientifica presso il Laboratorio di Aeronautica, istituito da Modesto Panetti nel 1911. Con grande impegno e interesse svolse le sue ricerche nel campo della Meccanica e più specificamente nella Balistica Esterna, in cui conseguì la libera docenza nel 1925 e di cui fu incaricato dall’anno accademico 1932-33.


Nel gennaio 1915 fu nominato assistente ordinario alle cattedre di Meccanica Applicata e di Costruzioni Aeronautiche, ruolo che ricoprì, anche durante il servizio militare, fino al 31 marzo 1925, avendo conseguito la nomina ad aiuto per le stesse cattedre dal 1° aprile successivo. Per ragioni politiche (si rifiutò di iscriversi al Partito Fascista), concluse questo periodo di insegnamento al Politecnico con la nomina a professore di ruolo di Meccanica Razionale presso la Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino.


I rapporti con il Politecnico rimasero sempre intensi fino al 1943. Dal 1919 al 1933 fu docente incaricato al Politecnico di Meccanica Applicata, di Meccanica Generale ed Applicata nella Scuola di perfezionamento in Industrie Meccaniche ed elettriche, di Aerologia e Strumenti nel corso di perfezionamento per costruttori aeronautici, in Balistica esterna per il corso di perfezionamento in Balistica e Costruzioni di Armi ed Artiglieria. Dal 1937 al 1943 ricoprì nuovi incarichi d’insegnamento in ambito meccanico, aeronautico e balistico.

NELL'EUROPA TRA LE DUE GUERRE

I maestri e le figure intellettuali di riferimento che contribuirono alla sua formazione spirituale e culturale furono Rousseau, Bergson, Goethe, Pareto e Croce. Con quest’ultimo intraprese un intenso rapporto di amicizia e di corrispondenza epistolare, che ebbe inizio nel 1918, quando elogiò con una lettera, indirizzata ad una amica comune, Carola Prosperi, il primo scritto di Burzio, allora ventisettenne, Vita Nuova.


Vilfredo Pareto e Benedetto Croce furono i maestri, nel senso intellettuale, che lo ispirarono nell’elaborazione della sua teoria delle élites e del liberalismo. Da questi modelli nacque la figura politica del demiurgo, «una tipica figura da tempo di crisi, quando i modelli tradizionali di vita, il saggio, il sapiente, l’uomo di ragione, il tecnico, il pragmatico, non bastano più. Il demiurgo non è il superuomo, e Burzio stesso mette in guardia i suoi lettori da ogni possibile confusione, ma ne svolge la stessa funzione» (N. Bobbio in Filippo Burzio tra storia politica e scienza nel centenario della nascita, 1991, p. 37).


Per Burzio il demiurgo era rappresentato da Giolitti, «che del capo carismatico era l’antitesi. Proprio gli anni della crisi videro la sconfitta della politica demiurgica, e il trionfo di quella dei capi carismatici. Forse per questo, il suo inventore, quando ogni attività politica fu preclusa agli uomini liberi, lo trasformò a poco a poco in un modello umano transpolitico» (N. Bobbio, idem, p. 38) La nascita di questo artefice al di sopra delle parti riassunse in sé i caratteri che erano propri della vita spirituale ed intellettuale di Burzio: la scienza e la cultura umanistica.


Burzio seguì gli sviluppi e le trasformazioni radicali della sua epoca e ne rimase affascinato. L’avvento del fascismo frenò i suoi entusiasmi e lo indusse ad una riflessone sulla crisi dell’Occidente e sulla concezione del demiurgo come elemento moderatore dei contrasti. Cadute immediatamente le illusioni sull’attitudine demiurgica di Mussolini, Burzio passò all’antifascismo. Firmatario del manifesto di Benedetto Croce nel 1925, mantenne quel tanto di prudenza che gli permetteva di collaborare alla terza pagina de La Stampa durante il periodo della direzione Signorotti. A partire dal 1933, insieme ad un altro sottoscrittore del manifesto Croce, Antonio Banfi, scrisse sulla rivista Quadrante di Massimo Bontempelli e Pietro Maria Bardi. In realtà questa collaborazione fu un episodio confinato ai margini della sua vita intellettuale, e politicamente poco significativo.


Burzio fu un profondo conoscitore del pensiero filosofico europeo della sua epoca. Ebbe occasione di venire a contatto con alcune personalità della cultura contemporanea, come ad esempio André Gide e Paul Valery, incontrati a Pontigny, abbazia cistercense in Borgogna, per “Les Dècades de Pontigny”, un cenacolo culturale, fondato da Paul Desjardins, che riuniva l’élite intellettuale e letteraria dell’epoca. Lo spirito di queste riunioni, concentrate sull’umanesimo europeo e sul culto dell’Occidente, fu riproposto da Burzio nel “cenobio” laico di Villadeati, che era «un luogo in cui persone legate da vincoli, non solo di amicizia, ma preferibilmente di affinità spirituali, si riunivano liberamente e saltuariamente, non – badate bene – per chiacchierare, ma per vivere una parte della loro vita, quella più profonda e più autentica, la vita della meditazione e del sogno» (Filippo Burzio nel centenario della nascita, 1991, p. 27).

Villadeati

A FIANCO DEGLI INTELLETTUALI TORINESI

F.B. insieme ad Augusto Monti ed Arrigo Cajumi rappresenta l’ultima generazione ottocentesca di scrittori torinesi, che condividono lo stesso milieu culturale con la prima generazione del Novecento, quella di Piero Gobetti, Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Cesare Pavese, Franco Antonicelli.


F.B. è ben inserito nella realtà culturale torinese, tra gli anni venti e trenta, protagonista di numerose attività culturali, in particolare, nel mondo dell’editoria e delle riviste specialistiche, come Il Baretti e La rivoluzione liberale, a cui lo stesso Burzio partecipa.


«Amico e ammiratore del prodigioso giovinetto, ma non gobettiano nel senso stretto della parola» (Norberto Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino, 1977, p. 52), Burzio collaborò alla rivistaLa rivoluzione liberale di Piero Gobetti, fin dalla sua fondazione nel 1922. Il suo impegno politico e i suoi interessi filosofici trovano nella rivista l’occasione di affrontare tematiche, che uniscono il suo pensiero con quello di Gobetti ma diversamente interpretate: il Piemonte, il liberismo, l’opposizione al fascismo, il concetto di politica, gli intellettuali e l’elitismo.


Entrambi si definiscono “liberali”, ma si differenziano sul modo di interpretare la dimensione del liberalismo. Per Gobetti la dialettica è il vero motore della storia, senza compromissioni; per Burzio il processo storico deve essere guidato per frenare lo scontro con un sapiente lavoro di composizione e la figura demiurgica di Giolitti rappresenta l’ordine sapiente della politica.

   

Lettere di Filippo Burzio a Piero Gobetti

NELLA TERRA DEL PIEMONTE

«Piemontese di cuore, stavo per dire di visceri, se pure di testa, cosmopolita» (N. Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino, 1977, p. 52), Burzio dedicò studi approfonditi sulla storia del Piemonte per dimostrare il valore di questa regione, che ha dato i natali a scienziati, tecnici e politici che ebbero un ruolo decisivo nella storia nazionale. Burzio vi tratteggiò una serie di ritratti di personaggi a partire dell’Ancient Règime fino ai primi anni del Novecento, tra i quali Amedeo VIII il Pacifico, Giuseppe Luigi Lagrangia (Joseph Louis Lagrange), Cesare Balbo, Quintino Sella, Galileo Ferraris, Giovanni Giolitti.


Burzio rappresentò una regione i cui tratti peculiari furono il cosmopolitismo culturale, la tradizione alfieriana, la monarchia sabauda come monarchia liberale, il Risorgimento come ideale di libertà nazionale.


Per lo scrittore Burzio il Piemonte è «il luogo del mondo: non la piccola patria, nei suoi angusti confini, ma il punto dove si possono misurare le sorti dell’uomo. Uno spazio abbastanza delimitato per essere leggibile dalla intelligenza della ragione, e insieme aperto al richiamo di quei monti lassù, che suggeriscono una dimensione altre, superiore; attingibile solo dalla intelligenza dello spirito» (G. Calcagno, in Filippo Burzio e il Piemonte, 1993).

Giuseppe Luigi Lagrangia

ALLA DIREZIONE DELLA STAMPA

La sua collaborazione alla Stampa ebbe inizio il 7 dicembre 1922 e continuò fino alla caduta del fascismo. Il 12 agosto 1943, Burzio assunse la direzione del quotidiano torinese e la mantenne fino al 10 settembre. In qualità di rappresentante del Fronte interpartitico torinese, fu tra coloro che con maggiore insistenza chiesero al generale Adami-Rossi di difendere la città dai Tedeschi. Condannato a morte dal tribunale nazifascista, fu costretto a ritirarsi in clandestinità nelle montagne della Valle d'Aosta.


Dopo la Liberazione, il 18 luglio del 1945 riprese la sua attività editoriale alla Nuova Stampa dividendo la direzione con Giulio De Benedetti, fino al suo prematuro decesso nel 1948. Nel nuovo quotidiano Burzio raccolse attorno a sé i giornalisti che avevano condiviso le sue idee negli anni della dittatura: Luigi Salvatorelli, Arrigo Cajumi, Vittorio Gorresio, Domenico Bartoli, Francesco Bernardelli, Andrea Dalla Corte, Enrico Emanuelli, Mario Gromo, Paolo Monelli, Leo Pestelli.


Burzio si impegnò a fondo per comprendere ed interpretare la realtà pubblica e sociale del secondo dopoguerra, cercando il dialogo con chiunque avesse delle idee da esprimere e attribuendo un valore etico al ruolo della carta stampata.

   

Sede: c/o Scuola di Applicazione Via Arsenale 22 10121 Torino - email: segreteria@fondazioneburzio.it

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